sabato 4 febbraio 2012

Facebook in ufficio: istruzioni per il (non) uso

Le ultime stime dicono che gli utenti di Facebook sono ormai più 800 milioni (si scrive 800.000.000... sì, sono tanti zeri!) e che il numero continua a crescere. Non m'interessa valutare in questa sede le ricadute dell'uso commerciale di questo controverso strumento, m'interessa invece analizzare quanto tempo un utente passa su Facebook (o altro social network, sceglietene uno voi) in ambito lavorativo.
Purtroppo è un numero che non ci è dato sapere, il Codice Privacy impedisce di fare determinate profilazioni degli utenti, alcune stime però parlano di più di 3 ore quotidiane, ovvero il 37% del normale orario lavorativo!
Quali sono gli effetti di questo (mal)costume, che, mal comune mezzo gaudio, non è solo italiano, ma affligge il mondo intero?



1. Il danno economico direttamente derivante all'azienda dall'assenza virtuale del dipendente; quello di "assenza virtuale" è un concetto che inizia ad avere riconoscimento giuridico e che ben delinea il concetto di "esserci, ma non esserci".  Il Sole 24 Ore ci fa sapere che la società americana Web Titan ha effettuato uno studio in base al quale si è calcolato che una società di 50 dipendenti, i cui dipendenti dedichino anche solo 20 minuti al giorno del normale orario di lavoro a Facebook, subisce una perdita di circa 65.000 dollari annui: se fosse vera la media di 3 ore quotidiane ... beh, fate voi il calcolo!
2. Il danno d'immagine, oltre al danno penale per il dipendente "virtualmente assente": navigare su Facebook durante l'orario di lavoro viene assimilato al reato di peculato del pubblico incaricato; interpretazione a mio avviso forzata e non del tutto corretta (il codice penale, è bene ricordarlo, vieta l'uso dell'analogia nell'interpretazione della legge penale), ma che spiega bene come si stia utilizzando il tempo, e quindi anche il denaro, altrui, per fini diversi da quelli lavorativi in senso stretto.
3. La totale mancanza di Privacy, a gran voce anelata da tutti, e riposta in un angolino per le pruriginose voglie di farsi gli affari altrui: gli utenti sanno che il profilo Facebook contiene una miriade d'informazioni in base alle quali si può risalire alla loro vita sessuale, avere notizie sul loro stato di salute, sulle loro credenze religiose, etc.? Lo sanno che questi dati sono rubricati nel Codice Privacy come "dati sensibili" e quindi sottoposti a particolari garanzie e tutele? E' giusto che le aziende debbano dotarsi di tutti queli meccanismi che tutelano la privacy delle persone fisiche con cui vengono a contatto se poi queste seminano dati propri e altrui nel network aziendale?

A quanto sopra detto, voglio aggiungere anche l'esperienza che i tecnici di CD Bergamo hanno accumulato in questa materia. Spesso capita che si debba accedere in modalità remota ad un pc per effettuare interventi di varia natura: in una percentuale molto elevata di casi una delle schede aperte sul browser di navigazione è... sì, proprio lui, Facebook!
Esiste per le aziende un modo per difendersi?
Sì! Ma la difesa in questi casi dev'essere preventiva. Una difesa ex post, a danno fatto, diventa difficile, in quanto il Codice Privacy impedisce all'imprenditore di avere accesso al computer del singolo dipendente per controllare su quali siti abbia navigato. Un intervento preventivo, a monte e quindi ex ante, permette invece di bloccare l'accesso a determinati siti, salvando la "capra" (la Privacy del dipendente) ed i "cavoli" (i soldi dell'imprenditore).

Visto l'argomento, strettamente connesso con quello che è il mio campo di studio, cioè la Privacy, vi rimando ai prossimi articoli in cui questi temi verrano più approfonditamente analizzati.

Nel frattempo... non è che state navigando su Facebook?